Napoli è rock/11
Mamamu, cronaca di una festa
(da www.radiocrc.com)
In queste ultime due sere, entrando a Città della Scienza per assistere al “Mamamu Rock Fest”, mi è sembrato di varcare i cancelli di un altro tempo: luci soffuse, bambini che giocavano con i cani di fianco agli adulti, strumenti che scorazzavano avanti ed indietro, ragazzi che mangiavano e bevevano insieme agli artisti che solo pochi minuti dopo avrebbero acclamato sul palco. Un “tutti insieme appassionatamente” che già da solo valeva il prezzo del biglietto. Due giorni di festa allo stato puro, una sorta di mega scampagnata con pic-nic organizzati al momento sulle aiuole del vialetto di ingresso. Musicisti emergenti che si mescolavano con gli spettatori e con gli stessi headliner, HUGO RACE che si faceva la sua onesta fila per il panino con la salsiccia (ormai da anni icona del festival) e gli elementi dei MARIPOSA che bevevano la loro birra passeggiando fra gli stand di braccialetti, borse ed oggetti vari. Ma andiamo per gradi…
Day 1:
Il primo impatto, una volta entrati nella struttura, è un lungo vialetto alberato costeggiato da stand ed aiuole. Passeggiando fra queste troviamo anche un’esposizione collettiva d’arti visive dal titolo: “Un sacco d’Arte vol.2”, un percorso artistico composto da 5 fotografi ( Luigi Reccia, Claudia Giglio, Valerio Acampora, Salvatore Marra e Lucia “Milkers”)e 3 pittori (Emilio Rizzo, Nicola Piscopo e Martina Troise) dal sicuro talento e che colpiscono subito la vista del pubblico in attesa e durante i live. 24 lavori fra foto e dipinti di impatto molto forte e a tratti umoristici. Sono appena entrato e già sono contento di far parte di questa atmosfera.
Ad aprire i live del MainStage sono i TRY WALKING IN MY SHOES, band del circuito indipendente campano. L’onore e l’onere di aprire la kermesse gli spetta di diritto essendo risultati vincitori del contest organizzato dal Mamamu durante l’inverno avente come premio finale quello di calcare il palco principale del festival. Il loro sound è accattivante e rappresenta una finestra napoletana sulla musica d’oltreoceano, sponda States. Ottima band, certamente da seguire. Nelle vesti di presentatore si cimenta il mitico GINO FASTIDIO: un misto di genio e follia, totalmente a disagio nella sua nuova veste alla “Bonolis”, risulta ancora più divertente ed irriverente. Non so chi abbia avuto l’idea di affidargli questo compito, ma risulta una mossa vincente. I cambi palco del mainstage non creano vuoti musicali, poiché in questi frangenti la folla si sposta in un altro ambiente del festival: lo Street Stage. Questo palco secondario, organizzato dalle etichette indipendenti BulbArtWorks e SubCava Sonora, al termine delle due serate del festival avrà ospitato alcune fra le migliori band della scena partenopea. Un’atmosfera da salotto con i musicisti posti sullo stesso piano del pubblico senza barriere o ostacoli, un modo nuovo di ascoltare la musica. Nel primo cambio palco padroni assoluti dello Street Stage sono gli ALDO GALLO. Duo assolutamente fuori le righe; la band si presenta travestita con una maschera da gallo ed un abito di plastica scura che sta a rappresentare un mega sacco dell’immondizia, evidentemente ispirato al disagio che la città sta subendo in questi giorni (o dovrei dire decenni?) con l’enorme mole di rifiuti sparsi per le strade. I testi sono in dialetto napoletano e sono una continua presa in giro dell’attuale società in cui viviamo: si parla di bunga bunga e di vita da uovo (avete capito bene) metafora del vivere in dei gusci immaginari che opprimono le nostre esistenze, il tutto condito da una verve di rock puro ed un trasporto anche visivamente molto forte e schietto.
Il mainstage richiama l’attenzione, un uomo con una casacca messicana compare al centro del palco, mentre un cappello da pirata veste il capo di chi prende la parola e presenta la band: “Buonasera Mamamu Fest, siamo i GENTLEMEN’S AGREEMENT!”. Il loro live è denso e dai tratti folkloristici, la loro capacità di trasportare il pubblico è davvero notevole. Strumenti a fiato, percussioni, chitarre ed altri mille piccoli aggeggi musicali creano un’atmosfera divertita. Alcuni direbbero che sono “forti”, altri direbbero che sono “pazzi” , io dico semplicemente che sono “unici”! In tour promozionale del loro ultimo lavoro discografico “Carcarà”, la loro performance gira intorno al tema del viaggio e all’atmosfera piratesca ed infatti a tratti sembra di trovarsi in quelle antiche locande delle città di mare dove la sera la baldoria la faceva da padrona con cori di canti popolari e dolci donzelle dagli abiti succinti che portavano ai tavoli traboccanti boccali di birra e rum! Un percorso visivo più che un live, un misto di musica ed opera teatrale. Poi arriva Gino Fastidio, il live è terminato, che con la sua tipica parlantina napulegna presenta la seconda band dello Street Stage: OUT OF QUESTION. La band si presenta grintosa, un duo tutto forza e carisma. I loro brani sembrano maturi anche se a volte troppo “rumorosi”, ma hanno certamente lasciato il segno nei cuori e nelle anime degli amanti del genere che, a sentire gli applausi del pubblico in platea, non dovevano essere pochi.
Si ritorna sul MainStage, ad esibirsi una band di cui presto sentiremo parlare: i DASAUGE. La loro performance rappresenta una vera e propria anteprima del loro prossimo disco “Carapace” previsto in uscita per Ottobre, e per quel che abbiamo sentito sarà un vero capolavoro. Il loro sound ricorda i migliori “Muse “ mescolati con un pizzico di “30 Seconds to Mars” ed una manciata di “Interpol”: una miscela esplosiva che prende il pubblico travolgendolo fino al midollo e non si può fare a meno che apprezzarli. Il loro è un live coraggioso, un genere assolutamente non commerciale e fuori da ogni logica di mainstream. Le qualità artistiche dei musicisti sono impressionanti e le capacità interpretative di Enzo, vocalist della band, sanno donare quel tocco melodico ad ogni brano, rendendo anche il più duro totalmente orecchiabile ed affascinante.
Un coro si innalza dal palco principale: è il singolo de IL CIELO DI BAGDAD “Lalalala, Ok!”. Band campana che rivisita il genere post rock, fondendoci melodie da piazza e ritmi incalzanti al limite del ballabile. Anche i presenti più distratti non hanno potuto far altro che ascoltarli. I loro brani sono a dir poco coinvolgenti e quando la band si allontana entrando nel backstage, ci rimane dentro un senso di insoddisfazione: avremmo voluto ascoltarli ancora un po’.
Gino Fastidio riprende la parola e ci guida verso lo Street Stage dove ad aspettarci in questo continuum musicale senza sosta è la band capitolina BAR NOIR. La presenza di un megafono coglie la nostra attenzione e la curiosità viene presto appagata: un live reading, un percorso musicale che unisce melodiche chitarre a testi che sono delle vere e proprie poesie. Con il brano “Nuova ondata di bombardamenti” la band raggiunge i suoi livelli massimi: la voce ci racconta scene di guerra e di angoscia mentre la scia assordante delle bombe invadono il cielo e rimbombano fra le mura della Città della Scienza, ma non sono un mero effetto riprodotto, bensì un gioco di chitarre e bassi che ne raffigurano il vigore con una veridicità tale che davvero verrebbe di mettersi le mani sulla testa e correre ai ripari. A dir poco stupendo.
Ed eccoci agli Headliner HUGO RACE & THE FATALIST. Cosa dire di loro oltre che rappresentano un pezzo notevole della storia del rock. Qui si parla di leggenda pura, una voce tenebrosa e baritonale che sa di artista maledetto e di Lucky Strike. Quasi un’ora di concerto che rappresenta un vero e proprio viaggio mistico, il cui taccuino degli appunti diventa un manuale d’uso di come si dovrebbe fare musica anche in questo paese.
Si ritorna alla musica emergente del palco secondario ed al Brit Pop dei THE RIGHT PLACE . Suoni allegri e spensierati, ritmiche ballabili ed accattivanti già al primo ascolto. I ragazzi però, pur rimanendo fedeli al loro genere d’oltremanica, sanno metterci anche del proprio e non è cosa da poco. Dimostrano capacità compositive non comuni e la mia birra, con il loro accompagnamento, mi risulta più fresca e dissetante.
IO SONO UN CANE è l’ultimo artista ad esibirsi sul mainstage. Sono ormai le due e mezza passate ed è un peccato che il pubblico abbia già cominciato a lasciare la location. Si esibisce in un unico brano che fa solo intravedere le sue capacità, una sorta di “Bologna Violenta”, ma ancora più violenta e soprattutto intellettuale con il suo testo provocatorio che ci lascia con l’amaro in bocca. Peccato, l’avremmo ascoltato volentieri in altri brani. Agli albori rimangono le statistiche: un brano, dodici dischi venduti. Credo che in termini relativi rappresenti a suo modo un record.
Day 2:
Serata ventosa. I ragazzi degli stand non gradiscono, ma dopo il caldo del giorno prima un po’ di frescura ci voleva proprio. Prima band ad esibirsi sul mainstage sono gli STARFRAMES, band campana al suo secondo disco. Suonano quando il pubblico sta ancora arrivando e quindi la platea non è ancora molto corposa, ma i presenti gradiscono poiché la band suona davvero bene. Atmosfere eteree e ritmi crescenti accompagnano l’ascoltatore in un percorso musicale davvero sorprendente e anche chi stava ai tavolini a mangiare non riesce a non avvicinarsi al palco per goderseli meglio. I testi sono in linea con il titolo dell’album : “Ethereal Undergorund”. Narrano di pensieri di menti suburbane che si ergono un po’ più in alto della vita quotidiana, di grandi esperimenti di immaginazione, di sensazioni di puro spirito che entrano nella mente di un soldato solitario e di ipotetiche conversazioni con un Dio svincolato da qualsiasi dogma religioso.
A seguire altra band dell’indipendente campano: i THE TRICK. Il loro è un progressive-rock con sfumature alternative. La voce è davvero interessante mentre, per sound e per presenza scenica, la band ricorda un pò i “Queen”. Il paragone è probante, ma è totalmente meritato. Si riaprono i battenti dello Street Stage: prima band ad esibirsi in questo salottino della musica è quella dei SABBE E GLI INCENSURABILI. Il loro è un progetto musicale nuovo, ma l’affiatamento che fanno trasparire è da band vissuta. Il richiamo al genio di “Fred Buscaglione” risulta naturale già nel loro look: camicia bianca e cravattino nero; manca l’indimenticabile sigaretta, ma viene sostituita da strumenti a fiato che arricchiscono il loro sound rendendoli ancora più carichi di verve. I testi sono crudi e divertenti e Sabba li interpreta come un vero attore mostrando una padronanza del palco davvero invidiabile.
Si ritorna al mainstage, ad esibirsi i NOUER. Il loro è un puro indie-rock con contaminazioni electro. I testi sono urla di protesta verso un generazione che professa rivoluzioni e cambiamenti, ma che nella sostanza poi si abbandona alle certezze quotidiane diventando parte del sistema che, a loro dire, ci vuole cinici e passivi e soprattutto senza speranza.
Il “Mamamu rock fest” è un vortice musicale senza sosta, il tempo di salutare i Nouer ed ecco iniziare il live dei SONATIN FOR A JAZZ FUNERAL. Più che di funerali jazz, nella band partenopea ritroviamo attimi di post-rock uniti ad una discreta vena anni ’90. Le voci si intersecano bene creando melodie piacevoli, mentre la pronuncia inglese non è da madrelingua, ma il tempo per migliorare non manca essendo giovanissimi. I brani sono pieni di suoni da scoprire e decifrare, segno di idee da far maturare.
Lasciamo il salottino dello Street e ritorniamo sul palco principale dove i TOTEN WAGEN sapranno mettere a dure prova i nostri timpani: chitarre e batteria a volumi altissimi in un garage-metal che avrà certamente soddisfatto i loro fan presenti in platea. Il pianista si presenta con una calzamaglia che ne copre il volto e questa immagine risulta il giusto emblema della durezza e “cattiveria” del loro sound. Come è noto, spesso il Diavolo si associa all’Acqua Santa, ed ecco che a seguirli c’è la performance dei R&FUSION. Il live si presenta con una tipica suonata napoletana: la tarantella, accompagnata da ballerini con tanto di nacchere. La band si diverte e ci fa divertire e quando il batterista diventa cantante, alzandosi dalla sua postazione e posizionandosi al microfono, ci rendiamo conto di trovarci dinanzi ad una band eclettica e formata da ottimi musicisti dalle capacità universali.
E’ arrivato il momento che tutti aspettavamo, direttamente dal loro pulmino carico di cinismo e vitalità arrivano i MARIPOSA. Band storica del panorama italiano, ci regala quaranta minuti di puro godimento musicale. Testi impegnati si intrecciano a termini profani, suoni folkloristici, ma allo stesso tempo ricercati che ci fanno ballare e cantare. La loro musica parte dalla forma-canzone ed unisce componenti di elettronica lo-fi, free jazz, teatro surreale e psichedelia. Band assolutamente fuori ogni tipo di schema e di controllo. Con il loro spirito da assemblaggio, il palco diventa una cucina componibile, come per loro stessa autodefinizione, una terminologia ai più sconosciuta e dai significati ignoti, ma ci piace e quindi la segnaliamo.
Stiamo arrivando ai saluti finali, a chiudere i live dello Street Stage ecco i BORDERLINE. Le loro tracce musicali sono irriverenti e totalizzanti nelle quali trova spazio il fulminante “Strofa e ritornello“, critica feroce ad un mondo musicale stagnante in canoni comunicativi non più adatti alle evoluzioni della società moderna, o “Estate“, disillusa parentesi stagionale di amori vissuti e mai coltivati. Il genere indie piace e la bravura c’è.
Le luci soffuse della Città della Scienza creano la giusta atmosfera per l’ultima band di questa edizione del Mamamu Rock Fest: gli GNUT. Un live intimo ed introspettivo. La voce di Claudio è rassicurante e sembra dondolarci con i suoi testi romantici, ma a tratti sofferenti. Trenta minuti di un folk-rock in una performance acustica che richiama sotto il palco anche coloro che si stavano avviando verso l’uscita. Sono ormai le due di notte, ma ci troviamo così a nostro agio che ne vorremmo sempre di più. Gli Gnut vengono acclamati ed invitati a perdurare nel loro live. C’è un’atmosfera familiare e di amicizia, soprattutto quando Claudio propone uno scambio alla pari con una coppia del pubblico: la sua bottiglietta d’acqua per il loro drink alcolico! Senza dubbio una delle performance migliori di tutta la manifestazione.
Raccontare queste otto ore di live distribuite in due giorni è stata durissima. Più che un critico musicale mi ritengo un narratore e la verità è che la musica non andrebbe raccontata ma ascoltata. Si sentono in giro troppe parole dai contenuti scarsi e superficiali, mentre è nelle note e nelle melodie delle band che si nascondono i veri sentimenti umani. Il mio invito è quello di leggere meno di musica, ma ascoltarne di più, soprattutto live. Eventi come questo del Mamamu vanno appoggiati e incoraggiati perché rappresentano il presente ed il futuro della nostra scena musicale e lo si può fare solo con l’essere presenti in carne ed ossa. Le parole sono fatte per volare, la musica per sognare.. e noi necessitiamo di sogni da poter realizzare.
Roberto Tarallo

