dal sito di Radio Crc Targato Italia

http://www.radiocrc.com/blog/2011/04/23/napoli-e-rock2-the-collettivo-anima-e-furore/

 

 

:::Napoli è rock/2 – The Collettivo, anima e furore:::

Continua il nostro viaggio nel mondo indie. Ospite di turno Marco Caligiuri, batterista della band campana THE COLLETTIVO nonché proprietario, insieme al fratello Adriano (anche lui componente della band), dell’etichetta discografica indipendente Materia Principale, che ha prodotto tra gli altri I “The Gentlemen’s Agreement” ed i “Pipers”. Ed è proprio questa dicotomia che ci incuriosisce…

…Ciao Marco, lo sai che anche Michael Jackson aveva una sua etichetta discografica?

Sì, se non sbaglio l’acquistò sotto consiglio di Paul Mc Cartney.

Eh sì, a dire il vero chiese consiglio a Paul Mc Cartney su un ipotetico investimento da poter fare e questi gli consigliò di investire nella musica. Quello che Paul non immaginava è che Jackson avrebbe poi acquistato proprio la sua etichetta discografica!

Che idolo!

Quindi Marco, fammi capire, anche per te è stato un semplice investimento o c’è dell’altro?

Di certo non è stato un investimento! Chi dice che con la musica si guadagna o è un genio assoluto, ed ha tutto il mio rispetto, oppure, molto più probabilmente, non sa di cosa sta parlando.

Cos’è il tuo, quindi, un affare a perdere?

No, il mio è amore e passione per la musica. L’idea di intraprendere questa strada mi venne nel 2008, anno di nascita dell’etichetta. Venivamo da un’esperienza in cui per produrre un disco avevamo speso cifre a 4 zeri.

Forse non ho capito, mi stai dicendo che nel sistema indie sono le band che pagano l’etichetta per fare un disco?

Nel sistema “falso” dell’indie.  Ora ti spiego come funziona (nel frattempo ogni tanto abbassa lo sguardo verso un fusto di batteria che gli sta accanto ai piedi). Produrre un disco costa una cifra “x”. Uno studio di registrazione per procacciarsi clienti si costituisce etichetta e propone al gruppo di produrre un disco. La band riceve un’offerta in base alla quale dovrà sborsare guarda caso esattamente la cifra “x” e quindi copre lei interamente tutte le spese, registrazioni ed ufficio stampa compreso. Sono queste le false offerte di produzione che spesso circolano e qui è scattata la molla. A questo punto, visto che paghiamo comunque tutto noi, il disco me lo faccio io.

Da qui la nascita dell’etichetta…

…sì, anche perché in queste piccole realtà il produttore esecutivo è contemporaneamente produttore artistico e quindi partecipa anche alle scelte puramente creative, spesso alterando il vero sound della band. Sia chiaro, non necessariamente per incompetenza, anzi! E’ semplicemente perché ha una sua idea di come dovrebbe suonare il disco. Il risultato che ne consegue, però, risulta essere sovente un mero compromesso che non accontenta nessuno. Per non parlare poi delle band che decidono di produrre un disco fuori Italia…

In che senso?

Produrre un disco fuori Italia è diventata una moda e questo a prescindere dalla qualità dello studio di registrazione. Tutto nasce dalla consapevolezza che se il disco è prodotto fuori si vende di più e, piuttosto che essere una scelta artistica, diventa un scelta di marketing. Il mondo indie è anche questo. Lo stesso essere indie è di moda, anzi “se port’” (“si porta”; dal dialetto napoletano). Come è di moda ispirarsi a determinati gruppi, tipo i LOCAL NATIVES. Solo che nessuna band può essere i LOCAL NATIVES, così come nessuno può essere i RADIOHEAD o i SOUNDGARDEN…ma “se port’” (continua a guardarsi il fusto di batteria e noto nel suo sguardo una vena di preoccupazione).

Stavo appunto chiedendoti, sapendo che state registrando il nuovo disco, a quali band vi ispiravate…

E’ ovvio che ognuno di noi ha degli ascolti pregressi, dei dischi di riferimento che si ascoltano fin da ragazzini, ma ognuno dovrebbe essere se stesso e, se deve esserci un’ ispirazione, non dovrebbe provenire da un “se port’”.

Avete qualche idea sul nome da dare al disco?

(Ride) “Grace goes to the fish market”. L’abbiamo scelto perché rappresenta il nostro essere un compromesso fra il sacro ed il profano, la ricerca verso un’estetica musicale di un certo livello e, allo stesso tempo, le nostre radici “napulegne”…e poi perché ci piace il pesce!

La vostra musica è un indie rock/alternative, ma è presente anche una forte componente elettronica. La troveremo anche nel nuovo disco?

Ci piace far ballare la gente e ci diverte che il pubblico venga preso dal ritmo del nostro sound. Interpretiamo la musica con passione e mentre suoniamo è importante per prima cosa che noi stessi ci divertiamo. La componente elettronica aiuta a far diventare i nostri brani ballabili ed in questo senso abbiamo strappato la promessa al mitico Lellone (proprietario del noto locale capitolino “Contestaccio”) di ballare nel video del nostro primo singolo che sarà estratto dal nuovo disco (e ride inorgoglito, ma non prima di aver rivolto l’ennesimo sguardo al fusto di batteria).

Se ti chiedessi tre brani che ascoltavi da ragazzino?

“Superunknown” dei Soundgarden, grande brano! “Close to me” dei Cure, ma soprattutto i brani dei Creed! Amo quel tipo di uso della batteria, ma se lo facessi io ora in un contesto musicale completamente diverso da quello di quegli anni mi ucciderebbero…perché “nun se port’”.

Ed ora tre brani che non avresti mai voluto ascoltare.

“Cleptomania” dei Sugarfree. Non ho mai capito da dove derivasse tutto il successo che ha avuto (e la canticchia).

Forse perché è orecchiabile?

Basta che fai sentire dieci volte un brano e diventa subito orecchiabile, ma non dovrebbe essere questo il criterio per decretare un brano di successo…e poi “Il Cammino dell’età” di Gigi D’Alessio.

Non avresti mai voluto ascoltarlo?

(Ci pensa) No, è il mio terzo brano preferito. Che poi mi sia venuto in mente solo parlando delle canzoni che non avrei mai voluto ascoltare è semplicemente un “caso” (ride). Il punto è che noi siamo cresciuti con Claudio Baglioni mentre in Inghilterra con Neil Young. L’Italia ha questa educazione musicale e non possiamo farci niente (e sorridendo torna a guardarsi il fusto di batteria).

Marco, ma perché continui a guardarti il fusto di batteria?

Perché ho scambiato la mia strumentazione con quest’altra, c’è solo il problema che non funziona perché fa un rumore strano quando la suono.

E perché l’hai scambiata?

Il colore della vecchia batteria mi aveva annoiato! Ora tocca ingegnarmi (sorride).

A questo punto capisco il vero senso di tutta la chiacchierata fatta insieme. THE COLLETTIVO sono anima e furore ed il loro punto di forza è senz’altro la spontaneità. Che poi questo porti dei problemi non fa nulla, l’importante è rimanere se stessi, poi il resto verrà da sè. Ma sia chiaro…non perché “se port’”.

Roberto Tarallo


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